Majjhima Nikāya 28

Cūlahatthipadopama Sutta

L’orma dell’elefante (2)

Questo ho sentito. Una volta il Sublime soggiornava presso Sāvatthī, nella Selva del Vincitore, nel giardino di Anāthapindiko. Là l’onorevole Sāriputto si rivolse ai monaci: “Così come tutto ciò che è vivente, che si muove fornito di piedi, sta all’interno dell’orma dell’elefante, perché la sua orma è nota per essere la più larga di tutte, così pure tutto il bene sta nelle quattro sante verità: nelle sante verità del dolore, dell’origine del dolore, dell’annientamento del dolore e della via che conduce all’annientamento del dolore.

Ma cos’è la santa verità del dolore? Sono dolore: nascita, vecchiaia, morte, guai, calamità, sofferenze e pene, strazio e disperazione; non ottenere ciò che si desidera; in breve: i cinque tronchi dell’attaccamento sono dolore. I tronchi dell’attaccamento alla forma, alla sensazione, alla percezione, alla distinzione e alla coscienza. Ma qual è il tronco dell’attaccamento alla forma? Le quattro materie principali e ciò che tramite esse esiste come forma: la terra, l’acqua, il fuoco e l’aria. La terra può essere interna o esterna. Quella interna è ciò che in noi si presenta solido e duro, come: capelli, peli, unghie, denti, pelle, carne, tendini, ossa, midolla, reni, cuore, fegato, diaframma, milza, polmoni, stomaco, intestini, mucose, sterco e così via. Ma interna o esterna è sempre terra e ognuno deve considerarla, conforme a verità e con perfetta sapienza, come cosa che non gli appartiene, non è il suo io, non è se stesso. Riconosciuto ciò, la terra non interessa più, ci si stacca da essa.

Vi sono tempi in cui le acque esteriori s’innalzano, e la terra esteriore scompare sotto di quelle. Questa terra esterna, che è così enorme, mostra d’essere impermanente, soggetta alle leggi della distruzione, della dissoluzione, della mutazione: e questo corpo, alto meno d’otto palmi, prodotto dalla sete d’esistenza varrebbe la pena di considerarlo un ‘Io’ o un ‘Mio’ o un ‘Essere’?

Se la gente biasima, condanna, perseguita, assale un monaco, egli pensa: ‘In me s’è originata questa sensazione di dolore provocata da contatto uditivo, ed essa è determinata da contatto’. Ed egli osserva: ‘Tutto è mutevole: il contatto, la sensazione, la percezione, la distinzione e la coscienza’. Il suo animo, che scompone così gli elementi, si solleva, si rasserena, diviene saldo e costante.

Se la gente tratta un tal monaco scortesemente, senz’amore, lo batte rozzamente con pugni, gli tira pietre, lo percuote con mazze, lo colpisce con spade, allora egli pensa: ‘Così è fatto questo corpo; lo si può battere coi pugni, colpire con pietre, percuotere con mazze, ferire con spade! Ma la parola del Sublime nel Paragone della Sega suona: (Se anche, monaci, briganti ed assassini, con una sega da alberi, vi staccassero articolazioni e membra, chi per ciò si infuriasse non osserverebbe il mio insegnamento). Ferrea quindi sarà la mia forza, inflessibile; presente il sapere, irremovibile; calmo il corpo, impassibile; raccolto l’animo, unificato. Qualunque cosa facciano, sarà osservato quell’insegnamento degli Svegliati’.

Se a questo monaco che si ricorda così dello Svegliato, così della Dottrina, così dei Discepoli, manca la nobile costanza dell’imperturbabilità, allora egli diviene confuso, cade in agitazione; così come accade alla nuora, incontrando il suocero.

Se invece a questo monaco che si ricorda così dello Svegliato, così della Dottrina, così dei Discepoli, permane la nobile costanza dell’imperturbabilità, allora egli è felice, ed ha realizzato molto. L’acqua può essere interna o esterna. Ciò che specificamente nell’interno si presenta fluido e liquido, come: bile, muco, pus, sangue, sudore, linfa, lacrime, siero, saliva, liquido articolare, urina o altre cose del genere, ciò si chiama acqua interna. E l’acqua interna e quella esterna sono entrambe la materia acqua. E riconosciuto conforme alla verità, con perfetta sapienza, che ciò non mi appartiene, ciò non è io, ciò non è me stesso; si diviene disinteressati all’acqua, ci si distacca da essa.

Vi sono tempi in cui le acque esterne si gonfiano, in cui esse travolgono un villaggio, una città una residenza, inondano un paese, inondano terre e regni. Vi sono tempi in cui le acque del grande mare sono profonde centinaia, migliaia di miglia. Vi sono tempi in cui l’acqua del grande mare è alta fino a un solo palmo; vi sono altri tempi in cui l’acqua del grande mare è profonda dall’altezza di sette uomini sino a quella di un solo uomo. Vi sono tempi in cui l’acqua del mare raggiunge l’altezza di mezzo uomo, in cui giunge fino all’anca, al ginocchio, al malleolo; ve ne sono altri in cui non arriva a coprire la falange d’un dito. Quest’acqua esterna, che è così enorme, si mostra impermanente, soggetta alle leggi della distruzione, della dissoluzione, della mutazione: e di questo corpo, alto meno di otto palmi, prodotto dalla sete d’esistenza, varrebbe la pena di considerarlo un ‘Io’ o un ‘Mio’ o un ‘Essere’?

Se ora nel monaco che così si ricorda dello Svegliato, della Dottrina e dei Discepoli, dura la nobile costanza dell’imperturbabilità, allora egli è felice, ed ha realizzato molto. Il fuoco può essere interno o esterno. Il fuoco interno è ciò che nel corpo si presenta caldo e focoso, come quello per cui si digerisce, ci si riscalda, per cui il cibo masticato e la bevanda ingerita soggiacciono a una completa trasformazione, o qualsiasi altra cosa che nell’interno si presenta calda e focosa. E ciò che vi è di fuoco interno o esterno è la materia fuoco. E riconosciuto conforme alla verità, con perfetta sapienza, che ciò non mi appartiene, ciò non è io, ciò non è me stesso; ci disinteressa del fuoco, ci si distacca da esso.

Vi sono tempi in cui i fuochi esterni infuriano e distruggono un villaggio, una città, una residenza, divorano un paese, divorano terre e regni, invadono campi e prati, selve e boschi, campagne fiorenti, e si estinguono solo quando tutto è bruciato. Vi sono tempi in cui con una penna, con una piuma bisogna ventilare il fuoco. Questo fuoco, che può essere così enorme, mostra la sua impermanenza, il suo esser soggetto alle leggi della distruzione, della dissoluzione, della mutazione: e di questo corpo, alto meno di otto palmi, prodotto dalla sete d’esistenza, varrebbe la pena di considerarlo un ‘Io’ o un ‘Mio’ o un ‘Essere’?

Se ora nel monaco che così si ricorda dello Svegliato, della Dottrina e dei Discepoli, dura la nobile costanza dell’imperturbabilità, allora egli è felice, ed ha realizzato molto. L’aria può essere interna o esterna. Ciò che nell’interno si presenta volatile ed aereo, come i venti del ventre e dell’intestino, i venti della inspirazione e dell’espirazione, o qualsiasi altra cosa che si presenta volatile ed aerea è materia aria. E ciò è vi è di aria interna ed esterna è l’elemento aria. E riconosciuto conforme alla verità, con perfetta sapienza, che ciò non mi appartiene, ciò non è io, ciò non è me stesso; ci si disinteressa dell’aria, ci si distacca da essa.

Vi sono tempi in cui l’aria esterna infuria e abbatte un villaggio, una città, una residenza, devasta un paese, devasta terre e regni. Vi sono tempi, come nell’ultimo mese dell’estate, in cui bisogna farsi vento con una foglia di palma, con un ventaglio; tempi in cui anche sull’acqua non si muove uno stelo. Quest’aria, che può essere così enorme, mostra la sua impermanenza, il suo esser soggetta alle leggi della distruzione, della dissoluzione, della mutazione: e di questo corpo, alto meno di otto palmi, prodotto dalla sete d’esistenza, varrebbe la pena di considerarlo un ‘Io’ o un ‘Mio’ o un ‘Essere’?

Se la gente biasima, condanna, perseguita, assale un monaco, egli pensa: ‘In me s’è originata questa sensazione di dolore provocata da contatto uditivo, ed essa è determinata da contatto’. Ed egli osserva: ‘Tutto è mutevole: il contatto, la sensazione, la percezione, la distinzione e la coscienza’. Il suo animo, che scompone così gli elementi, si solleva, si rasserena, diviene saldo e costante.

Se la gente tratta un tal monaco scortesemente, senz’amore, rozzamente lo batte con pugni, gli tira pietre, lo percuote con mazze, lo colpisce con spade, allora egli pensa: ‘Così è fatto questo corpo; lo si può battere coi pugni, colpire con pietre, percuotere con mazze, ferire con spade! Ma la parola del Sublime nel Paragone della Sega suona: (Se anche, monaci, briganti ed assassini, con una sega da alberi, vi staccassero articolazioni e membra, chi per ciò si infuriasse non osserverebbe il mio insegnamento).

Ferrea quindi sarà la mia forza, inflessibile; presente il sapere, irremovibile; calmo il corpo, impassibile; raccolto l’animo, unificato. Qualunque cosa facciano, sarà osservato quell’insegnamento degli Svegliati’. Se a questo monaco che si ricorda così dello Svegliato, così della Dottrina, così dei Discepoli, manca la nobile costanza dell’imperturbabilità, allora egli diviene confuso; così come accade alla nuora, incontrando il suocero.

Se ora nel monaco che così si ricorda dello Svegliato, della Dottrina e dei Discepoli, dura la nobile costanza dell’imperturbabilità, allora egli è felice, ed ha realizzato molto.”

“Così come per mezzo di travi e giunchi, di paglia e creta viene a costituirsi uno spazio limitato, ossia ‘la casa’; così pure per mezzo di ossa e tendini, di carne e pelle viene a costituirsi uno spazio limitato, ossia ‘la forma’.

Se la vista interna non è distratta, e le forme esterne non entrano nel campo visivo, allora non si verifica il corrispondente contatto reciproco, e non si viene a formare alcuna formazione nel corrispondente campo di coscienza.

Se la vista interna non è distratta, e le forme esterne potrebbero entrare nel campo visivo (ma non lo fanno), non si verifica il corrispondente contatto reciproco, e non si viene a formare alcuna formazione nel corrispondente campo di coscienza.

Ma se la vista interna non è distratta, e le forme esterne entrano nel campo visivo, e ha luogo una corrispondente contatto reciproco, allora si viene così alla formazione del corrispondente campo di coscienza. Ogni forma, pertinente a ciò che così si è formato, si dispone nel tronco dell’attaccamento alla forma; ogni sensazione si dispone nel tronco dell’attaccamento alla sensazione e lo stesso accade a ogni percezione, a ogni distinzione, a ogni coscienza. Si comprende adesso: ‘Questa è dunque la disposizione, la riunione, la combinazione di questi cinque tronchi dell’attaccamento!’ E la parola del Sublime suona: ‘Chi vede l’origine da cause, vede la verità: chi vede la verità, vede l’origine da cause’. Da cause sono essi perciò originati, questi cinque tronchi dell’attaccamento! La volontà, il piacere, l’affermazione (anunayo), la soddisfazione in questi cinque tronchi dell’attaccamento: questa è l’origine del dolore. Il rinnegamento (vinayo) della brama del volere, il suo annullamento in questi cinque tronchi dell’attaccamento: questo è l’annientamento del dolore. E pertanto, fratelli, un monaco ha fatto molto.

Se l’udito interno non è distratto,

Se l’olfatto interno non è distratto,

Se il gusto interno non è distratto,

Se il tatto interno non è distratto,

Se il pensiero interno non è distratto, e le cose esterne non entrano nel campo del pensiero, allora non ha nemmeno luogo la corrispondente combinazione reciproca, e non si perviene ad alcuna formazione del corrispondente campo di coscienza.

Se il pensiero interno non è distratto, e le cose esterne entrano nel campo del pensiero, e non ha luogo alcuna reciproca combinazione, allora neppure si perviene ad alcuna formazione del corrispondente campo di coscienza.

Ma se il pensiero interno non è distratto, e le cose esterne entrano nel campo del pensiero, e ha luogo una corrispondente reciproca combinazione, allora si viene alla formazione del corrispondente campo di coscienza. Ogni forma, pertinente a ciò che si è così formato, si dispone nel tronco dell’attaccamento alla forma, ogni sensazione si dispone nel tronco dell’attaccamento alla sensazione e lo stesso accade a ogni percezione, a ogni distinzione, a ogni coscienza. Si comprende adesso: ‘Questa è dunque la disposizione, la riunione, la combinazione di questi cinque tronchi dell’attaccamento!’ E la parola del Sublime suona: ‘Chi vede l’origine da cause, vede la verità: chi vede la verità, vede l’origine da cause’. Da cause sono essi perciò originati, questi cinque tronchi dell’attaccamento! La volontà, il piacere, l’affermazione, la soddisfazione in questi cinque tronchi dell’attaccamento: questa è l’origine del dolore. Il rinnegamento della brama del volere, l’annullamento della brama del volere in questi cinque tronchi dell’attaccamento: questo è l’annientamento del dolore. E pertanto, fratelli, un monaco ha fatto molto’.”

Così parlò l’onorevole Sāriputto. Contenti i monaci si rallegrarono della sua parola.