Majjhima Nikāya 99

Subha Sutta

Subho

Questo ho sentito. Una volta il Sublime dimorava presso Sāvatthī, nella selva del Vincitore, nel parco di Anāthapindiko. In quel periodo Subho, un giovane brāhmano figlio di Todeyyo, si trovava a Sāvatthī in casa di un padre di famiglia, per un certo affare. E Subho chiese al suo ospite: “Ho sentito dire, padre di famiglia, che Sāvatthī è frequentata da santi. Che asceta o sacerdote potremmo visitare oggi?”

“Potrai visitare lui, il Sublime, che si trova nei pressi di Sāvatthī.”

Il giovane brāhmano Subho, seguendo il consiglio del padre di famiglia, si recò dove dimorava il Sublime, salutò con rispetto, si sedette accanto e disse: “I brāhmani, Gotamo, dicono: ‘Chi sta in casa acquista giusto, salutare viatico; chi rinuncia alla casa, non lo fa’. Che ne dice il signore Gotamo?”

“Non sono assoluto su ciò, io distinguo. Sia di chi sta in casa che di chi rinuncia alla casa, non approvo la falsa condotta. Perché se uno procede falsamente, proprio per ciò non acquista giusto, salutare viatico. Se invece procede rettamente, proprio per ciò acquista giusto, salutare viatico.”

“I brāhmani, Gotamo, dicono: ‘L’attività della vita di casa, molto pesante, affaccendata, angustiata, dà molto frutto; l’attività della rinuncia invece, poco pesante, poco affaccendata ed angustiata, dà poco frutto’. Che ne dice il signore Gotamo?”

“Anche su ciò io distinguo, non parlo in modo assoluto. Vi è un’attività molto pesante, molto angustiata che, non riuscendo, dà poco frutto; e che invece, riuscendo, dà molto frutto. Un’attività poco pesante che, non riuscendo, dà poco frutto; e che invece, riuscendo, dà molto frutto. E qual è l’attività molto pesante che, non riuscendo, dà poco frutto? L’agricoltura è un’attività molto pesante che, non riuscendo, dà poco frutto. L’agricoltura è altresì un’attività molto pesante che, riuscendo, dà molto frutto. E qual è l’attività poco pesante che, non riuscendo, dà poco frutto? Il commercio è un’attività poco pesante che, non riuscendo, dà poco frutto. E riuscendo? Il commercio, riuscendo, dà molto frutto. Allo stesso modo l’attività della vita di casa, molto pesante ed occupata, non riuscendo, dà poco frutto; ma riuscendo, dà molto frutto. L’attività della rinuncia, poco pesante e poco angustiata, non riuscendo, dà poco frutto; ma riuscendo, dà molto frutto.”

“I brāhmani, Gotamo, espongono cinque condizioni per fare bene ed acquistare salute.”

“Queste cinque condizioni che i brāhmani espongono, se non ti è grave, puoi ben dirle in questa adunanza.”

“Non mi è grave, Gotamo, dove sono adunate così illustri persone. La prima condizione è la veracità; la seconda è la penitenza; la terza è la castità; la quarta è la devozione; e la quinta è la generosità. Che ne dice il signore Gotamo?”

“Che credi, giovane: vi è tra i brāhmani anche un solo brāhmano che abbia detto: ‘Io stesso, avendo sperimentato e realizzato queste cinque condizioni, ne confermo il risultato’ ?”

“No di certo, Gotamo.”

“Che credi, giovane: vi è tra i brāhmani anche un solo maestro dei maestri, fino alla settima generazione antenata dei maestri, che abbia detto proprio così: ‘Io stesso, avendo sperimentato e realizzato queste cinque condizioni, ne confermo il risultato’ ?”

“No di certo, Gotamo.”

“Che credi: hanno detto così quelli che furono in origine i vati dei brāhmani, gli autori e gli annunciatori dei testi; quelli i cui antichi versi da essi cantati, recitati, raccolti, sono ora qui dai brāhmani ricantati e sempre di nuovo recitati e successivamente trasmessi e insegnati. Quei vati come Atthako, Vāmako, Vāmadevo, Vessāmitto, Yamataggi, Angiraso, Bhāradvājo, Vasettho, Kassapo, Bhagu: anche loro hanno detto proprio così: ‘Noi stessi, avendo sperimentato e realizzato queste cinque condizioni, ne confermiamo il risultato’ ?”

“No di certo, Gotamo.”

“Così stando le cose, il parlare dei brāhmani mi pare simile ad una fila di ciechi, in cui il primo non vede, il medio non vede e l’ultimo non vede.”

Dopo queste parole il giovane Subho, figlio di Todeyyo, scontento ed irritato, riprovando, biasimando ed ammonendo [in cuor suo] il Sublime: ‘L’asceta Gotamo finirà male’; disse: “Il brāhmano Pokkharasāti, Gotamo, il superiore di Subhagavanam, dice così: ‘Proprio così però asceti e sacerdoti professano una sovrumana, santa intuizione: questo loro parlare però riesce solo uno scherzo, solo un suono, solo una voce, solo una vanità; perché come mai un essere umano conoscerebbe o discernerebbe o realizzerebbe una sovrana, santa intuizione? Ciò è impossibile!’”

“Che dunque, giovane: il brāhmano Pokkharasāti con la sua mente penetra e comprende le menti di tutti gli asceti e sacerdoti?”

“Neanche della propria serva Punnikā egli penetra e comprende la mente: come potrebbe penetrare le menti di tutti gli asceti e sacerdoti?”

“È come se vi fosse un uomo nato cieco, che non vedesse forme bianche, nere, azzurre, gialle; che non vedesse forme rosse, verdi, forme eguali, ineguali; non vedesse le stelle, la luna né il sole, ed egli dicesse: ‘Non vi sono forme bianche, nere, azzurre, gialle, né chi le veda; non vi sono forme rosse, verdi, forme eguali, ineguali, né chi le veda; non vi sono stelle, né luna, né sole, né chi li veda. Io non so niente di ciò, io non vedo niente di ciò: quindi ciò non esiste!’ Dicendo così, direbbe esattamente?”

“No di certo, Gotamo!”

“Allo stesso modo, giovane, il brāhmano Pokkharasāti è cieco e senz’occhi. Che egli invero conosca, discerna o realizzi una sovrumana, santa intuizione, è impossibile. Tu che pensi: quei potenti sacerdoti kosalesi come i brāhmani Cankī, Tārukkho, Pokkharasāti, Jānussoni, o tuo padre, il brāhmano Todeyyo; quali di essi valgono di più: quelli che sanno parlare con esattezza o senza esattezza? Con intelligenza, o senza? Con riflessione o senza? Con profitto o senza?”

“Con esattezza, con intelligenza, con riflessione e con profitto, Gotamo!”

“Tu che pensi, giovane: così stando le cose, il brāhmano Pokkharasāti, come ha parlato?”

“Senza esattezza, senza intelligenza, senza riflessione e senza profitto, Gotamo!”

“Cinque impedimenti, giovane, vi sono: desiderio, odio, accidia, orgoglio e dubbio. Ora da questi cinque impedimenti il brāhmano Pokkharasāti è avvolto, cinto, chiuso ed ostruito. Che egli conosca, discerna o realizzi una sovrumana, santa intuizione, è impossibile. Cinque facoltà di bramare, giovane, vi sono: le forme che penetrano tramite la vista nella coscienza; i suoni che penetrano tramite l’udito nella coscienza; gli odori che penetrano tramite l’odorato nella coscienza; i sapori che penetrano tramite il gusto nella coscienza; i contatti che penetrano tramite il tatto nella coscienza: facoltà tutte desiate, amate, affascinanti, grate, corrispondenti alle brame, eccitanti. In queste facoltà di bramare adescato, invischiato, intricato il brāhmano Pokkharasāti si gode la vita, senza vederne la miseria, senza pensare allo scampo. Se si accendesse una fiamma alimentata con paglia e legna asciutte o con paglia e legna umide, quale fiamma sarebbe più ardente, lucente e splendente?”

“Se fosse possibile accendere una fiamma con fuoco alimentato con paglia e legna umide, anche quella fiamma sarebbe ardente, lucente e splendente.”

“Però è impossibile accendere una fiamma con fuoco alimentato con paglia e legna umide, altrimenti che con una magia. Simile a fiamma accesa con fuoco alimentato con paglia e legna umide io dico essere quella serenità alimentata dalle cinque facoltà di bramare. Simile a fiamma accesa con fuoco alimentato con paglia e legna asciutte io dico essere la serenità senza brame, senza cose non salutari. E qual è la serenità senza brame, senza cose non salutari? Ecco, un monaco, ben lungi da brame, da cose non salutari, in senziente, pensante, nata da pace beata serenità raggiunge il grado della prima contemplazione: questa dunque è la serenità senza brame, senza cose non salutari. E inoltre ancora, dopo compimento del sentire e pensare, egli raggiunge l’interna calma, l’unità dell’animo, la non senziente, non pensante, nata dal raccoglimento beata serenità, la seconda contemplazione: questa dunque è la serenità senza brame, senza cose non salutari. Quale di quelle che i brāhmani espongono come le cinque condizioni per fare bene ed acquistare salute, è la più efficace?”

“È la generosità.”

“Cosa pensi, giovane: ecco, un certo brāhmano offre un grande sacrificio, e vengono altri due brāhmani: ‘Noi parteciperemo al grande sacrificio di questo brāhmano’. Uno dei due però pensa: ‘Oh, che al pranzo sia io e non un altro brāhmano ad ottenere il migliore posto, la migliore acqua e il migliore boccone!’ Però è possibile che un altro brāhmano, e non lui, ottenga il migliore posto, la migliore acqua e il migliore boccone. Allora egli resterebbe irritato e scontento. Quale effetto di ciò, giovane, espongono i brāhmani?”

“I brāhmani, Gotamo, non danno donazioni perché altri resti irritato e scontento: essi danno donazioni per compassione.”

“Essendo così, allora vi è per i brāhmani una sesta occasione per fare bene: la compassione?”

“Sì!”

“Tra queste cinque condizioni che espongono i brāhmani tu le hai osservate più frequenti tra quelli che stanno in casa o tra quelli che rinunziano alla casa?”

“Le ho osservate più frequenti tra quelli che rinunziano alla casa, scarse tra quelli che stanno in casa. Chi sta in casa, Gotamo, molto gravato, molto angustiato non sempre è di continuo veridico, né sempre dedito alla penitenza e alla castità, né è molto devoto e generoso. Chi rinunzia alla casa invece, poco gravato e poco angustiato è sempre di continuo veridico, dedito alla penitenza ed alla castità, è molto devoto, molto generoso.”

“Quelle che i brāhmani espongono come le cinque condizioni per fare bene ed acquistare salute, io le chiamo utensili dell’animo, come a dire che l’animo, senza odio, senza rancore, con essi lavora. Ecco, un monaco è veridico, è dedito alla penitenza, alla castità, è molto devoto, molto generoso; egli sa di esserlo ed acquista intelligenza del senso e della dottrina, acquista beatitudine fornita dalla dottrina: questa salutare beatitudine io la chiamo utensile dell’animo, come a dire che l’animo, senza odio, senza rancore, con essi lavora.”

Dopo queste parole il giovane brāhmano Subho, figlio di Todeyyo, disse al Sublime: “Ho sentito questo, Gotamo: ‘L’asceta Gotamo conosce la via che porta a Brahmā’.”

“Tu che dici: il villaggio Nalakāram non è lontano da qui, vero?”

“Sì, signore: il villaggio Nalakāram è vicino.”

“Se ci fosse qui uno cresciuto dalla nascita in quel villaggio, e gli si chiedesse all’improvviso la via per il villaggio, forse che egli sarebbe lento ed esitante nel rispondere?”

“No di certo, Gotamo! Gli sono ben note tutte le vie per Nalakāram .”

“Eppure vi potrebbe essere lentezza ed esitazione per lui nel rispondere: ma non v’è lentezza o esitazione nel Compiuto, richiesto del mondo di Brahmā o delle vie che vi portano. Brahmā io lo conosco, e conosco la via che porta al suo mondo, e conosco anche come vi si ascenda.”

“Sia così buono l’asceta Gotamo da mostrarmi la via che porta a Brahmā!”

“Allora, giovane, ascolta e fai bene attenzione a ciò che dirò. “Qual è dunque la via che porta a Brahmā? Ecco, un monaco dimora irradiando con animo amorevole una regione, poi una seconda, una terza una quarta; così fa in alto ed in basso: dappertutto ed in tutto riconoscendosi, egli dimora irradiando il mondo intero con animo amorevole, ampio, profondo, infinito, senza odio e senza rancore. Ora, giovane, in una redenzione d’animo, così esercitata nell’amore, un’azione limitata non può più sussistere, non può più esistere. Così come un forte trombettiere, con poco sforzo, può suonare nelle quattro direzioni, così pure in una redenzione d’animo, così esercitata nell’amore, un’azione limitata non può più sussistere, non può più esistere. Questa è la via che porta all’unione con Brahmā. Inoltre ancora un monaco dimora irradiando con animo compassionevole, con animo lieto, con animo immoto una regione, poi una seconda, una terza una quarta; così fa in alto ed in basso: dappertutto ed in tutto riconoscendosi, egli dimora irradiando il mondo intero con animo compassionevole, con animo lieto, con animo immoto, ampio, profondo, infinito, senza odio e senza rancore. Questa, giovane, è la via che porta all’unione con Brahmā.”

Dopo queste parole il giovane brāhmano Subho, figlio di Todeyyo, disse al Sublime: “Benissimo, Gotamo, benissimo! Così come se si raddrizzasse ciò che era rovesciato, o si scoprisse ciò che è nascosto, o si mostrasse la via a chi s’è perso, o si portasse luce nell’oscurità: ‘chi ha occhi vedrà le cose’; così appunto è stata dal signore Gotamo in vari modi esposta la dottrina. E così io prendo rifugio presso il signore Gotamo, presso la Dottrina e presso l’Ordine dei mendicanti. Quale seguace voglia il signore Gotamo considerarmi da oggi per la vita fedele. Ed ora, Gotamo, noi ce ne andiamo: molti obblighi abbiamo, molti doveri.”

“Come bene ti pare, giovane.”

Quindi ora il giovane brāhmano Subho, figlio di Todeyyo, accettando ed approvando il discorso del Sublime, si alzò dal suo posto e, salutando riverentemente il Sublime, si allontanò. Proprio in quel mentre il brāhmano Jānussoni usciva nel pomeriggio da Sāvatthī in un carro con la tenda bianca, e, quando ebbe visto Subho, gli chiese: “Ehi, donde viene dunque il giovane Bhāradvājo, nel sole del pomeriggio?”

“Vengo dall’asceta Gotamo.”

“Che ne pensi: è grande la sua sapienza? Pare sia un sapiente!”

“Chi sono io per conoscere la sapienza dell’asceta Gotamo? Dovrebbe essere uguale a Lui colui che potesse conoscerne la sapienza!”

“Con eccelsa lode invero il signor Bhāradvājo loda l’asceta Gotamo!”

“Chi sono io da poterlo lodare? Da lodati è lodato il signore Gotamo, il migliore degli dèi e degli uomini! E quelle che i brāhmani espongono come cinque condizioni per fare bene, acquistare salute: quelle l’asceta Gotamo le chiama utensili dell’animo, come dire che l’animo, senza odio, senza rancore, con esse lavora.”

A queste parole il brāhmano Jānussoni smontò dal suo carro e, denudando una spalla e giungendo le mani verso il luogo ove si trovava il Sublime, recitò il detto: “Fortunato è il re Pasenadi di Kosalo, nel cui dominio dimora il Compiuto, il santo, perfetto Svegliato!”.